La poetica del ricordo

Il ricordo, la memoria, il passato sono tra le più intense muse ispiratrici dell’arte. Il desiderio di arrestare il tempo o di raffigurarlo o ancora di manipolarlo è fonte di ardore ed emotività. E il ricordo è l’unico strumento di cui disponiamo per riuscirci, a volte perché ne abbiamo bisogno, altre volte contro la nostra stessa volontà. Il ricordo è un modo di incontarsi, disse Kahlil Gibran, il riflesso di ciò che siamo stati o di ciò che vorremmo ancora essere. Un modo di incontrare gli altri e noi stessi. Ed è anche l’unico paradiso da cui non possiamo venir cacciati, ha aggiunto Jean Paul. Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente. Questo l’ha detto Marcel Proust. Forse lui intendeva ammonire dal rischio di accettare per vero e indiscutibile ciò che custodiamo nella nostra memoria, ma io voglio vederla diversamente: è l’unicità della propria percezione a rendere straordinari i ricordi, perché ognuno ha esperienze e memorie, molte in condivisione con gli altri; un’avventura, un episodio, un racconto può essere parte di un album comune, ma ognuno lo possiede dal proprio punto di vista, così che un ricordo possa essere mio e mio soltanto, irreplicabile nella sua essenza unica e inviolabile. Non esiste separazione definitiva fino a quando c’è il ricordo, ha scritto isabel Allende. E già, perché anche questo è. Un legame che trapassa il tempo e lo spazio e si adagia sonnecchiante in una dimensione tutta sua e che congela nella sua immortalità legami ed emozioni. Così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato. Francis Scott Fitzegarld.